domenica, febbraio 17, 2008

DELLA SERIE: CI FAI O CI SEI?

La sindrome dell’impostore: la paura di non essere quello che pensano gli altriRestringi postmagritte.jpg

Il New York Times ha un articolo molto interessante sugli studi svolti negli ultimi 30 anni a proposito della cosiddetta “sindrome dell’impostore”. Con questa definizione si indica sia l’ intima convinzione che l’espressione esplicita di non essere abili, competenti, adeguati come pensano gli altri. Una specie di paura di aver “fregato il prossimo” e di averlo indotto a sopravvalutarci.
I questionari che misurano una convinzione di questo tipo contengono la richiesta di esprimere quanto si è d’accordo con affermazioni quali: “certe volte sento che il mio successo è dovuto soltanto alla fortuna” o “Do l’impressione di essere più competente di quello che sono in realtà”, “Se devo ricevere una promozione di qualche tipo, aspetto a dirlo agli altri fino a che il fatto è compiuto”.
Le persone che nutrono queste convinzioni tendono ad avere meno fiducia in sé stesse, sono più volubili e vengono colpite più frequentemente da ansie da prestazione. In certi casi il terrore di essere “scoperti” può diventare paralizzante.
Ma questa “sindrome” è un tratto caratteriale, riflesso di una personalità ansiosa, o una strategia sociale più o meno consapevole?
Nel 2000 alcuni ricercatori della Wake Forest University, rilevarono che le persone con alti punteggi nella scala che misura la sindrome dell’impostore si comportavano in maniera diversa nel predire il loro successo a un successivo test di competenze intellettive e sociali. Queste persone facevano in pubblico previsioni nefaste sui loro risultati, mentre in privato, cioè su dichiarazione anonima, giudicavano molto più alte le loro possibilità di far bene. In sostanza i ricercatori conclusero che molti di questi “presunti impostori” erano ipocriti. Adottavano l’autosvalutazione come strategia sociale, quand’anche inconsapevolmente, ed erano segretamente più sicuri di sè di quanto rivelassero.
Mi vengono in mente tanti studenti secchioni che prima di un esame dicono a tutti “Non ho studiato nulla! Non so niente!” e poi tornano con un bel 30 tondo tondo. :)
E’ infati proprio in circostanze come queste che le persone tendono ad affermare che non sono brave come gli altri pensano. In questo modo abbassano le aspettative degli altri e si accreditano come “umili”. La sindrome dell’impostore sembra quindi più una strategia di autopresentazione che un tratto di personalità.
Prospettarsi come impostore è inoltre più funzionale che svalutarsi e basta. E’ la differenza che passa fra dire di aver bevuto prima dell’esame di ammissione al college e farlo veramente. La prima fornisce una bella scusa pronta, l’altra è autodistruttiva.
In maniera moderata sentirsi una specie di frode ambulante stempera il naturale istinto a definire la propria competenza in maniera autoreferenziale. I ricercatori hanno mostrato a più riprese che le persone tendono a esprimere giudizi meno accurati sulle proprie prestazioni e a sovrastimare le loro abilità. Questa fiducia primordiale in sé stessi è essenziale e profondamente adattiva: in un mondo di profonda incertezza un’ illusione autoreferenziale aiuta le persone ad alzarsi dal letto e a inseguire i propri progetti.
Da un lato abbiamo dunque una distorsione cognitiva all’autoincensamento, dall’altra una propensione, più spiccata per alcuni, a “mettere le mani avanti”.
Probabilmente un equilibrio fra le due cose in ciascuno di noi può restituirci il senso adeguato e realistico di quello che siamo davvero.

Fonte | New York Times

Pubblicato da Giulietta Capacchione alle 18:47 in Psicologia sociale

2 commenti:

vinci ha detto...

...ieri ero in macchina e ascoltavo una discussione su questo argomento...

merinica ha detto...

...attualità pura, allora!