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venerdì, agosto 22, 2008

IL GENIO BARBONE: STORIA DI UNA STRAORDINARIA FOLLIA...


Charles Bukowski
Il cuore che ride

la tua vita è la tua vita.
non lasciare che le batoste la sbattano nella cantina dell'arrendevolezza.
stai in guardia.
ci sono delle uscite.
da qualche parte c'è luce.
forse non sarà una gran luce ma la vince sulle tenebre.
stai in guardia.
gli dei ti offriranno delle occasioni.
riconoscile, afferrale.
non puoi sconfiggere la morte ma puoi sconfiggere la morte in vita, qualche volta.
e più impari a farlo di frequente, più luce ci sarà.
la tua vita è la tua vita.
sappilo finché ce l'hai.
tu sei meraviglioso gli dei aspettano di compiacersi in te

martedì, aprile 15, 2008

AND NOW RELAX, PLEASE...!

IL TAI CHI E IL BENESSERE PSICO FISICO
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Il Tai Chi è un’antica disciplina psicofisica nata in Cina oltre 300 anni fa come arte marziale e basata sui principi filosofici del taoismo e su tecniche respiratorie.

Integra l’esercizio del movimento (noto per essere fluido, lento e quasi danzato), la pratica di autodifesa e la meditazione yogica. E’ quindi allo stesso tempo una ginnastica dolce, una pratica spirituale e un’arte marziale.

Oggi è largamente praticata, anche in occidente, in diversi stili, anche se tutti si basano sul rilassamento e l’esercizio fisico moderato.

A seconda delle preferenze dei maestri vengono enfatizzati aspetti differenti, ma resta cruciale il tentativo di integrare la mente e il corpo in ogni movimento, attraverso la respirazione, la concentrazione mentale e visiva e il rilassamento dinamico.

L’arte del Tai Chi si basa su quattro principi di base:

a) Rilassamento. Tentare di applicare solo lo sforzo necessario per ogni movimento o compito, conservando l’energia e mantenendo le forze.

b) Separazione di Yin e Yang. Questo principio si riferisce alla filosofia degli opposti in natura ad esempio sforzo/rilassamento, velocità/lentezza e così via.

c) Flessibilità del giro vita. Un giro vita forte e flessibile è ritenuto essenziale per connettere la parte superiore e la parte inferiore del corpo.

d) Schiena eretta. Tenere il corpo perpendicolare al terreno per raggiungere equilibrio, rilassamento ed energia ottimale.

L’intero corpo si muove in sincronia e non arto per arto.

Benchè non siano stati condotti molti studi sul tai chi per indagarne gli effetti da un punto di vista psicologico, le ricerche realizzate suggeriscono che il Tai chi abbia effetti concreti sul miglioramento dell’umore e nella gestione dello stress, anche se non è chiaro se questi effetti siano causati dalle sue componenti meditative e di rilassamento o se siano la conseguenza della riduzione dello stress che si verifica quando si viene coinvolti in attività che troviamo piacevoli e soddisfacenti. Ciò su cui tutti gli studi concordano sono gli effetti positivi sul benessere psicofisico delle persone anziane, le quali sembrano giovare più delle altre fasce d’età di questa antica pratica cinese.

Le sue proprietà di esercizio ginnico moderato contribuiscono infatti al contenimento del peso corporeo, all’irrobustimento delle ossa, costituiscono un salubre esercizio cardiovascolare, fanno scendere i livelli dell’ormone dello stress e migliorano le funzioni respiratorie e immunitarie. Ciò che non è stato chiaramente dimostrato è l’eventuale peculiarità e specificità del tai chi rispetto ad altre forme di esercizio fisico.

L’ultimo sabato di aprile si terrà, in oltre 60 nazioni, la Giornata Mondiale del Tai Chi Chuan .

Pubblicato da Giulietta Capacchione in Psicologia clinica

lunedì, gennaio 21, 2008

Psicologia e solidarietà


SEMINARIO DI STUDI SULLA PSICOLOGIA UMANISTICA
IL PROFESSOR MARIO MASTROPAOLO DELL’UNIVERSITA’ FEDERICO II
A PIANO DI SORRENTO

E’ un vero evento culturale il seminario che si svolgerà a Piano di Sorrento presso la biblioteca comunale giovedì 24 gennaio alle ore 16,00, organizzato dalla Cattedra di Psicologia Generale dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II” diretta dal professore Mario Mastropaolo.
Il tema: La Psicologia della relazione di aiuto, la riscoperta della solidarietà umana con cui si intende promuovere una visione della relazione di aiuto che rivaluti la formazione di operatori in grado di intervenire nei momenti di passaggio alle diverse fasi del ciclo della vita.

E’ una grande occasione da non perdere per docenti, operatori culturali, sanitari e sociali per conoscere l’approccio della psicologia umanistica e acquisire strumenti di counseling che non si riducano all’apprendimento di tecniche o di modelli di tipo clinico.
La psicologia umanistica si chiede prima di tutto cos’è l’uomo e considera il benessere come una possibilità di espressione e affermazione delle infinite rappresentazioni della vita umana. Insomma la psicologia deve essere una guida all’arte di vivere di cui tutti dobbiamo disporre.

Il professor Mastorpaolo, direttore del Master in Counseling e Relazione d’aiuto e dell’Istituto di Psicologia Umanistica, Esistenziale e Transpersonale ‘Nea Zetesis’ di Napoli, ritorna in Penisola Sorrentina per offrire ancora un’opportunità di alta formazione e riflessione sui temi della psicologia umanistica ed ha in programma per il prossimo futuro la realizzazione di una serie di cineforum tematici.
All’incontro, patrocinato dal Comune di Piano di Sorrento e dal Piano Sociale di Zona Napoli 13, e organizzato in collaborazione con la dott.ssa Carmela Coppola, la prof.ssa Mariella Nica e la dott.ssa Patrizia Schettino, interverranno il Prof. Mario Mastropaolo, la dott.ssa Daniela Moriniello il dott. Giovanni Ruggiero e il dott. Gennaro Izzo.
L’ingresso è libero e ai partecipanti verrà rilasciato un attestato di partecipazione

martedì, gennaio 15, 2008

Il viandante nella vigna del Signore... o nella nostra?

dal blog di Stepniak

E' un po' di tempo che il nostro beneamato Papa confonde la vigna del Signore nella quale si trova ad essere il viandante, con la nostra vigna. Per questo motivo ritengo giusta la presa di posizione di alcuni docenti della Sapienza di affermare l'inopportunità della sua presenza all'inaugurazione dell'Anno Accademico.

Di seguito riporto la lettera del Prof. Cini (professore emerito di Fisica Teorica) al Rettore della Sapienza che meglio di qualunque altra cosa può rendere l'idea.

"Signor Rettore, apprendo da una nota del primo novembre dell'agenzia di stampa Apcom che recita: «è cambiato il programma dell'inaugurazione del 705esìmo Anno Accademico dell'università di Roma La Sapienza, che in un primo momento prevedeva la presenza del ministro Mussi a ascoltare la Lectio Magistralis di papa Benedetto XVI». Il papa «ci sarà, ma dopo la cerimonia di inaugurazione, e il ministro dell'Università Fabio Mussi invece non ci sarà più».
Come professore emerito dell'università La Sapienza - ricorrono proprio in questi giorni cinquanta anni dalla mia chiamata a far parte della facoltà di Scienze matematiche fisiche e naturali su proposta dei fisici Edoardo Amaldi, Giorgio Salvini e Enrico Persico - non posso non esprimere pubblicamente la mia indignazione per la Sua proposta, comunicata al Senato accademico il 23 ottobre, goffamente riparata successivamente con una toppa che cerca di nascondere il buco e al tempo stesso ne mantiene sostanzialmente l'obiettivo politico e mediatico.
Non commento il triste fatto che Lei è stato eletto con il contributo determinante di un elettorato laico. Un cattolico democratico - rappresentato per tutti dall'esempio di Oscar Luigi Scalfaro nel corso del suo settennato di presidenza della Repubblica - non si sarebbe mai sognato di dimenticare che dal 20 settembre del 1870 Roma non è più la capitale dello stato pontificio. Mi soffermo piuttosto sull'incredibile violazione della tradizionale autonomia delle università - da più 705 anni incarnata nel mondo da La Sapienza dalla Sua iniziativa.
Sul piano formale, prima di tutto. Anche se nei primi secoli dopo la fondazione delle università la teologia è stata insegnata accanto alle discipline umanistiche, filosofiche, matematiche e naturali, non è da ieri che di questa disciplina non c'è più traccia nelle università moderne, per lo meno in quelle pubbliche degli stati non confessionali. Ignoro lo statuto dell'università di Ratisbona dove il professor Ratzinger ha tenuto la nota lectio magistralis sulla quale mi soffermerò più avanti, ma insisto che di regola essa fa parte esclusivamente degli insegnamenti impartiti nelle istituzioni universitarie religiose. I temi che sono stati oggetto degli studi del professor Ratzinger non dovrebbero comunque rientrare nell'ambito degli argomenti di una lezione, e tanto meno di una lectio magistralis tenuta in una università della Repubblica italiana. Soprattutto se si tiene conto che, fin dai tempi di Cartesio, si è addivenuti, per porre fine al conflitto fra conoscenza e fede culminato con la condanna di Galileo da parte del Santo ufficio, a una spartizione di sfere di competenza tra l'Accademia e la Chiesa. La sua clamorosa violazione nel corso dell'inaugurazione dell'anno accademico de La Sapienza sarebbe stata considerata, nel mondo, come un salto indietro nel tempo di trecento anni e più.
Sul piano sostanziale poi le implicazioni sarebbero state ancor più devastanti. Consideriamole partendo proprio dal testo della lectio magistralis del professor Ratzinger a Ratisbona, dalla quale presumibilmente non si sarebbe molto discostata quella di Roma. In essa viene spiegato chiaramente che la linea politica del papato di Benedetto XVI si fonda sulla tesi che la spartizione delle rispettive sfere di competenza fra fede e conoscenza non vale più: «Nel profondo.., si tratta - cito testualmente - dell'incontro tra fede e ragione, tra autentico illuminismo e religione. Partendo veramente dall'infima natura della fede cristiana e, al contempo, dalla natura del pensiero greco fuso ormai con la fede, Manuele II poteva dire: Non agire "con il logos" è contrario alla natura di Dio».
Non insisto sulla pericolosità di questo programma dal punto di vista politico e culturale: basta pensare alla reazione sollevata nel mondo islamico dall'accenno alla differenza che ci sarebbe tra il Dio cristiano e Allah - attribuita alla supposta razionalità del primo in confronto all'imprevedibile irrazionalità del secondo - che sarebbe a sua volta all'origine della mitezza dei cristiani e della violenza degli islamici. Ci vuole un bel coraggio sostenere questa tesi e nascondere sotto lo zerbino le Crociate, i pogrom contro gli ebrei, lo sterminio degli indigeni delle Americhe, la tratta degli schiavi, i roghi dell'Inquisizione che i cristiani hanno regalato al mondo. Qui mi interessa, però, il fatto che da questo incontro tra fede e ragione segue una concezione delle scienze come ambiti parziali di una conoscenza razionale più vasta e generale alla quale esse dovrebbero essere subordinate. «La moderna ragione propria delle scienze naturali - conclude infatti il papa - con l'intrinseco suo elemento platonico, porta in sé un interrogativo che la trascende insieme con le sue possibilità metodiche. Essa stessa deve semplicemente accettare la struttura razionale della materia e la corrispondenza tra il nostro spirito e le strutture razionali operanti nella natura come un dato di fatto, sul quale si basa il suo percorso metodico. Ma la domanda {sui perché di questo dato di fatto) esiste e deve essere affidata dalle scienze naturali a altri livelli e modi del pensare - alla filosofia e alla teologia. Per la filosofia e, in modo diverso, per la teologia, l'ascoltare le grandi esperienze e convinzioni delle tradizioni religiose dell'umanità, specialmente quella della fede cristiana, costituisce una fonte di conoscenza; rifiutarsi a essa significherebbe una riduzione inaccetabile del nostro ascoltare e rispondere».
Al di là di queste circonlocuzioni (i corsivi sono miei) il disegno mostra che nel suo nuovo ruolo l'ex capo del Sant'uffizio non ha dimenticato il compito che tradizionalmente a esso compete. Che è sempre stato e continua a essere l'espropriazione della sfera del sacro immanente nella profondità dei sentimenti e delle emozioni di ogni essere umano da parte di una istituzione che rivendica l'esclusività della mediazione fra l'umano e il divino. Un'appropriazione che ignora e svilisce le innumerevoli differenti forme storiche e geografiche di questa sfera così intima e delicata senza rispetto per la dignità personale e l'integrità morale di ogni individuo.
Ha tuttavia cambiato strategia. Non potendo più usare roghi e pene corporali ha imparato da Ulisse. Ha utilizzato l'effige della Dea Ragione degli illuministi come cavallo di Troia per entrare nella cittadella della conoscenza scientifica e metterla in riga. Non esagero. Che altro è, tanto per fare un esempio, l'appoggio esplicito del papa dato alla cosiddetta teoria del Disegno Intelligente se non il tentativo - condotto tra l'altro attraverso una maldestra negazione dell'evidenza storica, un volgare stravolgimento dei contenuti delle controversie interne alla comunità degli scienziati e il vecchio artificio della caricatura delle posizioni dell'avversario - di ricondurre la scienza sotto la pseudo-razionalità dei dogmi della religione? E come avrebbero dovuto reagire i colleghi biologi e i loro studenti di fronte a un attacco più o meno indiretto alla teoria danwiniana dell'evoluzione biologica che sta alla base, in tutto il mondo, della moderna biologia evolutiva?
Non desco a capire, quindi, le motivazioni della Sua proposta tanto improvvida e lesiva dell'immagine de La Sapienza nel mondo. Il risultato della Sua iniziativa, anche nella forma edulcorata della visita del papa (con «un saluto alla comunità universitaria») subito dopo una inaugurazione inevitabilmente clandestina, sarà comunque che i giornali del giorno dopo titoleranno (non si può pretendere che vadano tanto per il sottile): «Il Papa inaugura l'Anno Accademico dell'Università La Sapienza».
Congratulazioni, signor Rettore. Il Suo ritratto resterà accanto a quelli dei Suoi predecessori come. simbolo dell'autonomia, della cultura e del progresso delle scienze."


Marcello Cini

mercoledì, dicembre 26, 2007

Degustazione con l’autore

“Degustazione con l’autore” al
Grand Hotel Excelsior Vittoria


Sabato 29 dicembre a partire dalle ore 17.30
incontro con lo scrittore Giuseppe Montesano


Sorrento, 20 dicembre 2007 – “Degustazione con l’Autore” al Grand Hotel Excelsior Vittoria di Piazza Tasso.
Una degustazione tutta letteraria accompagnata da piccoli assaggi di prelibatezze e sorsi di vino rosso. Una serata in puro stile baudelariano per presentare l’ultimo libro dello scrittore Giuseppe Montesano.
Sabato 29 dicembre alle ore 18.30 nei suggestivi saloni dello storico albergo sorrentino si terrà l’incontro con l’autore dell’opera “Il ribelle in guanti rosa – Charles Baudelaire”, Mondadori 2007.
Presenterà il giornalista Vincenzo Aiello, con la partecipazione della Dottoressa Mariella Nica.

Giuseppe Montesano, scrittore di fama, giornalista, traduttore ed esperto di letteratura francese si cimenta in questo libro con uno degli autori più accattivanti della letteratura mondiale.
La profonda conoscenza di Baudelaire, del contesto sociale e storico di allora hanno guidato Montesano in questa biografia del poeta francese protagonista della più eccezionale esperienza di tutta la poesia moderna.

“A capofitto”, “Nel corpo di Napoli”, “Di questa vita menzognera” sono alcuni dei romanzi che tracciano il percorso creativo di Montesano che da Napoli ha sempre guardato con estremo interesse agli interrogativi esistenziali dei filosofi e degli scrittori di ogni tempo, con particolare riferimento al “ribelle in guanti rosa”.

Charles Baudelaire amava ripetere:
“Bisogna essere sempre ebbri. E' l'unico problema, non c'è altro. Inebriarsi senza tregua per non sentire l'orrendo fardello del Tempo che vi rompe la schiena, che vi inginocchia al suolo. Ebbri! Ma di che cosa? Di vino, di poesia o di virtù: a piacer vostro. Ma inebriatevi.”

La degustazione letteraria con Giuseppe Montesano, in omaggio al poeta dei “Fleurs du mal”, risulterà una piacevole miscela dei tre elementi: vino, poesia e virtù.

Dopo la presentazione del libro seguirà una degustazione, a base di pietanze beneauguranti, per festeggiare l’arrivo del nuovo anno. Dalle tradizionali lenticchie ai dolci portafortuna: un viaggio alla scoperta delle tradizioni gastronomiche regionali con brindisi finale al 2008.

Per informazioni:
Grand Hotel Excelsior Vittoria Sorrento
Tel. 081 8777111 - Fax 081 8771206 www.exvitt.it

martedì, dicembre 04, 2007

Unicuique suum

Il blog di Stepniak ci segnala l'intervento di Scalfari su Repubblica a commento dell'enciclica di Benedetto XVI, "Spe Salvi":

Il Papa che rifiuta il mondo moderno
di EUGENIO SCALFARI

L'ANNUNCIO che la seconda enciclica del Papa, dopo quella sull'amore e sulla "caritas", sarebbe stata dedicata alla speranza aveva suscitato in me una viva aspettazione. Il cammino di Benedetto XVI verso la pienezza del suo magistero era stato fin qui piuttosto incerto, la sua decantata teologia soggetta a mutamenti a volte repentini, la sua vocazione pastorale crescente anche se non paragonabile a quella, tanto più drammaturgica e spettacolare, del suo predecessore.

Nei mesi più recenti era emersa una tonalità critica nei confronti della grande revisione conciliare e in un certo senso modernista del Vaticano II, dove dottori e pastori della Chiesa in vesti episcopali avevano aperto alla modernità, all'ecumenismo e perfino ai laici non credenti mettendosi in ascolto per trasmettere il messaggio evangelico e per conciliarlo con le risposte del pensiero laico, della morale laica e della razionalità.

Il Papa sembrava revocare in dubbio il messaggio conciliare e scavalcare a ritroso almeno due dei pontificati precedenti, quello di papa Roncalli e quello di papa Montini, tornando piuttosto alla Chiesa pacelliana e anche più indietro.

Sensazioni tuttavia, ancora incerte. Mitigate - debbo dirlo - dall'apprezzamento sincero dell'opera di Pietro Scoppola, manifestato da Ratzinger in persona in occasione della sua morte con parole inusitate di lode verso un cattolico la cui posizione nei confronti del mondo moderno era di tutt'altro segno di quella ormai prevalente nella Chiesa di Roma.

Perciò attendevo con interesse la seconda enciclica sperando che da essa si potessero trarre maggiori lumi sul pensiero di papa Ratzinger. Così infatti è stato. Anticipo qui il mio giudizio sul documento papale: Benedetto XVI ha voltato le spalle al Concilio Vaticano II.


Lo deduco da una lettura attenta del testo che del resto è estremamente chiaro.

Per certi cattolici il pensiero di un laico non credente può forse non avere rilievo alcuno o può esser tacciato di indebita interferenza. Respingo questa seconda obiezione: i non credenti sono stati da sempre "terra di missione" per la Chiesa; sarebbe dunque molto strano che gli si voglia chiuder la bocca quando essi parlano a chi vuol parlare con loro.

Quanto alla prima obiezione, quella dell'irrilevanza, essa ha un carattere soggettivo e non può esser presa in considerazione se non si munisca di argomenti forti ed espliciti in aperto contraddittorio. Anche i non credenti infatti hanno uno spazio pubblico, almeno altrettanto legittimo di quello reclamato e utilizzato amplissimamente dalla gerarchia ecclesiastica. Spazio pubblico significa discussione pubblica, rinvio di argomenti dagli uni agli altri, confronto paritario. Perciò facciamolo questo confronto. La "Spe Salvi" ce ne fornisce una buona occasione.

Prima osservazione. L'enciclica porta un sottotitolo che indica i destinatari del documento: "Ai vescovi ai presbiteri e ai diaconi e a tutti i fedeli laici sulla speranza cristiana".

E' strano che un'enciclica elenchi fin dal titolo i suoi destinatari. Tra di essi non sono indicati i seguaci delle altre confessioni cristiane, per non parlare dei fedeli di altre religioni. Solo vescovi, sacerdoti, fedeli cattolici.

Eppure si parla della speranza. Quella parola dovrebbe comunicare la massima apertura verso tutti i punti cardinali dell'orizzonte spirituale. Il vertice della cattolicità si chiude invece in difesa? Parla soltanto a chi è già arruolato e a chi è già convinto? Dov'è lo spirito missionario? Seconda osservazione. Le argomentazioni del documento pontificio sono certamente interessanti e comprensibili dalla cultura europea, ma abbastanza estranee ai cattolici di continenti e culture più lontane, all'Africa, all'Asia, all'America Latina. Che Ratzinger fosse un Papa europeo lo si era capito subito. La "Spe Salvi" ce ne dà conferma.

Ecco un'altra prova del suo voltar le spalle al messaggio ecumenico del Vaticano II.

Mi spiace dirlo di un Papa celebrato soprattutto per la sua finezza teologica ma la sua teologia, almeno per quanto riguarda il rapporto tra speranza-fede-certezza è in realtà una tautologia. Arbitraria e quindi non utilizzabile come prova di quanto l'autore vuole provare.

La speranza, dice papa Benedetto, contiene già la fede, la sostanza della fede è la certezza di ciò che la verità rivelata ci insegna. Perciò la speranza è già salvezza.

Questo passaggio costituisce il nucleo teologico della "Spe Salvi". Del resto è lo stesso titolo dell'enciclica ad annunciarlo: sarete salvi a causa della speranza, sarete salvi perché sperate. Cento pagine conta l'enciclica, l'identificazione speranza - fede - verità rivelata - certezza - salvezza ne occupa più o meno la metà. Qui sta forse la sapienza teologica di papa Benedetto che ne dedica una cinquantina ad illustrare con citazioni argomentate, chiamando in causa di volta in volta Paolo e Agostino, Ambrogio e Bernardo di Chiaravalle, Massimo il Confessore, e l'edificante esperienza della schiava Bakhita, per suffragare le due parole del titolo: "Spe Salvi", sperate e sarà vostro il regno dei cieli.

Si coglie, in questo modo di ragionare più induttivo che deduttivo, un riflesso dell'ontologia di Anselmo da Aosta. Era gran tempo che il ragionamento ontologico non aveva più molto spazio nella dottrina ecclesiale; la scolastica l'aveva spodestato. E in effetti l'ontologia contiene un rischio per l'architettura dottrinaria della Chiesa; l'ontologia si elabora nell'interno d'un pensiero che riflette su se stesso.

La Chiesa è molto cauta a muoversi su un terreno così rischioso.

La Chiesa, la sua dottrina elaborata a dir poco dall'800 dopo Cristo, non ha in molta simpatia la privatezza individuale. Leggete ciò che dice questa enciclica quando parla della preghiera, concepita come mezzo di ascesa verso Dio.

Dice che la preghiera è uno strumento prezioso, che pregare Dio, Gesù Cristo, la Madonna, i Santi, i propri estinti, è un modo per elevare l'anima, crescere in amore e in dedizione di sé. Ciascuno, naturalmente, è libero di pregare a proprio modo, ma questa libertà ha un limite: la preghiera privata rischia di diventare sterile estaticità.

Bisogna dunque passare alla preghiera liturgica da praticare anche solitariamente ma meglio assai coralmente, nella propria comunità, nella propria chiesa, guidata dai propri sacerdoti.

Il richiamo comunitario si affaccia più volte nelle pagine del documento papale. E vi irrompe in modo decisivo quando si parla della salvezza e della vita eterna.

Pensare alla salvezza della singola anima, di quella specifica anima individuale, è un modo imperfetto e improprio di configurare la vita eterna.

Contiene in sé tracce di egoismo. La salvezza passa per l'amore verso gli altri e soprattutto verso Dio. Quindi non può riguardare solo se stessi, il mio io si salverà perché io spero che tutti si salvino. La salvezza quindi è un fatto comunitario guidato dalla sposa di Cristo, cioè dalla Chiesa. La salvezza privata non è un pensiero buono. Perché può prescindere dal Magistero?

Pagine importanti riguardano il Giudizio finale.

E' chiaro che quello è un appuntamento essenziale nella dottrina e tanto più se la speranza è il principio di tutto. La speranza è sinonimo di buona vita ed anche di buona morte. Sinonimo di fede e di certezza. Di resurrezione dei corpi. Quindi di conservazione dell'individualità e della memoria di sé. Non ci si reincarna nel corpo d'un altro ma nel proprio.

Dice Agostino in una memorabile pagina delle sue "Confessioni" (ma questa citazione non l'ho trovata nella "Spe Salvi"): "Tenterò di raggiungerti dove puoi esser raggiunto e di aderirti dove aderirti è possibile, o mio Dio, mia dolce sicurezza e mio bene. Rinuncerò anche alla mia memoria, alla memoria di me, pur di avere la beatitudine di poter salire al tuo cospetto. Ma se rinuncio alla mia memoria, come potrò avere memoria di te?".

Questa è la contraddizione essenziale tra la condizione umana e la gioia della beatitudine che fonde l'anima giunta al cospetto del creatore. Ma per arrivare a quel momento supremo c'è ancora il momento del Giudizio finale. Tutti saremo salvati, come l'anima amorosa di tutti ardentemente spera? Ma allora dov'è la giustizia?

La Giustizia, dice papa Benedetto, è un canone irrinunciabile. Dio non può rinunciare alla Giustizia visto che essa è uno dei suoi principali attributi.

Dio giudicherà in base alla speranza che ha aperto l'anima alla fede. Chi non ha sperato con ardore si sarà autoescluso. Ma Dio è anche misericordia e amore per le sue creature, sicché ammette una sorta di prova d'appello ed è la sua grazia a renderla possibile. Questo percorso è suggestivo. E' il racconto di "cose che non si vedono".

Proprio perché non si vedono è la speranza che accadranno a darcene certezza e sostanza. Si chiama religione, sentimento religioso. E certo lo è, l'aura è quella.

Ma attenti ad un racconto così dettagliato perché dalla religiosità si rischia di travalicare facilmente nell'ideologia e da questa alla favola per bambini e al "c'era una volta", nella quale è sempre la voce della mamma a legger quel favoloso racconto che ci promette la vita oltremondana, conservando memoria di noi almeno fino a quando "l'anima esploderà nella gioia suprema" dinanzi al Dio onnipotente, causa e fine di tutto.

Dovrei forse dire una parola sull'ennesima condanna (stavolta senza appello) che nell'Enciclica il Papa lancia contro l'Illuminismo, il relativismo, il marxismo? Contro la scienza se priva di fede? Contro il moralismo che si affida all'autonomia della coscienza individuale? Insomma contro la modernità, considerata in blocco come un abisso dal quale ritrarsi finché si è in tempo? Non credo che su questi temi valga la pena di ribattere. L'abbiamo già fatto più volte e ripetersi in questo caso non giova.

Osservo, perché risulta evidente dal testo, che gli accenti critici dedicati a Marx e al marxismo sono molto più cauti e starei per dire più riguardosi nelle parole di papa Benedetto di quelli riservati all'Illuminismo.

Dopo tutto Marx creò una sorta di chiesa economicistica, si affidò allo spirito collettivo del proletariato sofferente, anche il suo pensiero ebbe i suoi presbiteri che annunciarono un loro paradiso. Penso che quel riguardo papale nei suoi confronti sia dovuto ad una chiesa e ad un paradiso terreno, in nome del quale si consumarono indicibili orrori. Sorretti però da una fede.

Gli illuministi non avevano fede. Alcuni di loro - Voltaire per esempio - erano teisti. Direi per necessità: non si spiegavano l'esistenza del creato e per non farla troppo lunga con discussioni e ricerche che non portavano da nessuna parte, si rassegnarono all'idea che ci fosse stato un architetto dell'universo e che, una volta creatolo, l'abbia lasciato funzionare da solo con tutti gli errori connessi e si sia ritirato dalla scena.

L'impegno degli illuministi fu un altro: cercarono di far trionfare la ragione, la tolleranza, la cultura. E di sconfiggere l'ignoranza, i privilegi, i pregiudizi, la tirannia. Si trovarono di fronte l'Ancien Régime e la Chiesa. Il trono e l'altare. Insomma il potere nelle sue espressioni meno accettabili.

Questa situazione era durata a dir poco un millennio. Il temporalismo della Chiesa era durato anche di più. La tentazione verso forme temporalistiche sia pure di tipo moderno è perennemente risorgente e va energicamente respinta.

A Benedetto XVI il relativismo non piace ed è comprensibile in chi amministra la verità assoluta (la sua). Non c'è niente da dire su questo punto. Certo, anche la Chiesa cambia spesso di opinione su fatti peccati e peccatori. E' umano. A rileggere la sua storia ci si accorge che è anch'essa immersa nel relativismo. Anche questo è umano.

Perciò "Unicuique suum"...

lunedì, luglio 16, 2007

Il fallimento dell'etica della rinuncia

'unfisicobestiale' riprende da youtube un monologo illuminante di Manlio Sgalambro su etica della rinuncia e il senso del consumo a tutti i costi.
Ancora una volta Sgalambro mette l'uomo, con la sua nudità e inconsapevolezza, di fronte a se stesso